La trasfigurazione della memoria

Itinerari di Oreste Paliotti

Il Centro “Ezio Aletti” di Roma: un cenacolo dove studiosi e artisti d’Oriente e d’Occidente mettono in comune le rispettive ricchezze. Padre Marko Ivan Rupnik e il suo atelier

A due passi da Santa Maria Maggiore e ad angolo con via Liberiana, si apre la via Paolina, dal nome di papa Paolo V che l’aprì abbattendo il gran palazzo del Patriarchio che dalla basilica mariana si estendeva sin qui. All’imbocco sulla destra una graziosa fontanina moderna ma in stile classicheggiante è sosta quanto mai gradita per i turisti durante le calure estive. Al n. 25 di questa poco appariscente e tranquilla arteria sorge un palazzo di fine Ottocento in stile rinascimentale, sul cui portone campeggia una targa: Centro di studi e ricerche “Ezio Aletti”. Voluto da Giovanni Paolo II, il Centro è uno spazio d’incontro e di riflessione per studiosi e artisti della tradizione cristiana d’Oriente e d’Occidente, affidato ad un piccolo gruppo di gesuiti e di consacrate che partecipano alla stessa missione. Non manca, gestita da queste (Michelina, Maria, Sara e le altre), una piccola ma raffinata editrice, la Lipa, che pubblica scelti testi sui temi fondamentali dell’esperienza cristiana.

Cosa si propone questo cenacolo interculturale me lo spiega padre Marko Ivan Rupnik, sacerdote, teologo e artista sloveno che quando non è altrove con la sua équipe, impegnato a realizzare quei mosaici per i quali è ormai famoso, è sempre disponibile per i visitatori che desiderano conoscere le attività del Centro: «Ci caratterizza l’aspetto della comunione fra gli studiosi: si cerca cioè di calare la riflessione e l’approfondimento culturale nel rapporto interpersonale, in quanto la vita e la verità scorrono attraverso le relazioni umane e non per linee astratte. Coloro che vengono qui ospitati non trovano mura ma volti, e un ambiente atto a cercare risposte alle problematiche odierne attingendo ai tesori della tradizione apostolica d’Oriente e d’Occidente. La verità è che solo insieme siamo in grado di indicare Cristo».

Si tratti di pitture o di mosaici, in ogni opera di questo gesuita si coglie – è stato detto – il «creativo equilibrio tra iconografia bizantina e arte occidentale anche moderna». Durante la visita al suo atelier, tra “cartoni”, lavori già compiuti ed altri in corso d’opera, saluto alcuni giovani mosaicisti d’ambo i sessi quasi tutti stranieri. Intenti alle loro composizioni, utilizzano non solo le tessere tradizionali, ma anche sassolini e frammenti lapidei di vario colore e grandezza. È un’arte infatti, quella musiva, fortemente “materica”.

«Non ho mai accettato – commenta padre Rupnik  – né la visione materialistica del mondo per la quale la materia è ritenuta cosa morta, ma neanche il dualismo spirito-materia di una certa visione idealistica, filosofica. Sempre, da bambino, avevo le tasche piene di pietruzze perché pensavo che si potesse parlare con loro, che dentro ci fosse rimasta la vita: da cui la convinzione che non possiamo gestire la materia come ci pare e piace. Più tardi, studiando i Padri della Chiesa, ho capito che la materia ha come un “desiderio”: essere usata per diventare “dono”, esprimendo così l’amore interpersonale. Ed è in tal modo che si salva: l’amore, infatti, dura in eterno, e se noi – per così dire – “fasciamo” la materia con l’amore, la custodiamo per la vita eterna. Questa intuizione ha informato tutta la mia ricerca artistica fino ad oggi».

Uno degli argomenti più cari alla riflessione di padre Rupnik riguarda la memoria di Dio, sulla scorta delle intuizioni in proposito di Vjačeslav Ivanovič Ivanov. «Secondo questo pensatore russo, solo ciò che Dio “ricorda” esiste veramente; in altre parole, è nell’amore trinitario, nella comunione fra le Tre Persone che tutto rimane in eterno. Allora non serve trattenere ciò che va irresistibilmente nel passato, col rischio di diventare dogmatici, nostalgici o non so che altro; ma piuttosto occorre accedere a questa memoria eterna. In che modo? Non tanto con ragionamenti quanto attraverso una vita nella carità, perché la memoria è comunione (mentre la dimenticanza è isolamento). Ma la via regale è quella liturgica, dove la memoria entra nell’anamnesi, nella memoria divina. Si tratta di tematiche vitali perché con la memoria non si scherza. Difatti, quando spunta la memoria ferita, non c’è convincimento razionale che tenga. Nella vita spirituale però si possono guarire le ferite della memoria. Il che vuol dire: invece di pensare alla tragedia, al peccato commesso o subìto, mi ricordo di Colui che ha preso su di sé queste cose e mi guarda con un amore inesprimibile. Questa la trasfigurazione della memoria, cioè il passaggio da una ferita che mi fa sanguinare a un volto che risana».

Esprimono queste idee i tanti volti di Cristo nei dipinti o mosaici ammirati durante la visita (come quello della bellissima cappella del Centro). Hanno occhi immensi, veri abissi nei quali ti senti attratto, come in una dimora accogliente dove puoi riposare. Non sei tu a guardarle, sono le icone che ti guardano. E ti sanano.

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